2025/09/24 by Gaffo, Fabio
#Firenze #catasto #inventari #mercato d'arte #ricerca di provenienza #storia delle collezioni
paper · doi:10.25433/2038-0488/42ea-sr48
Nel 1886, dallo storico dell’arte che ne presentò la riscoperta (Camillo Cavallucci), all’antiquario che ne orchestrò la compravendita (Stefano Bardini), fino al curatore che ne fece l’acquisto (Wilhelm Bode), la provenienza della cosiddetta Madonna Pazzi di Donatello viene sancita da tre uniche testimonianze, fragili quanto irrinunciabili. Da quell’anno, tuttavia, le presunte anomalie provocate da questa storia collezionistica e gli argomenti ad hominem nei confronti dell’antiquario che la promosse hanno avvolto la provenienza Pazzi di un dubbio insolubile. Una questione sulla quale la critica non è mai riuscita a deliberare – ma di cui non ha stranamente neppure cercato di verificare l’attendibilità. Prendendo in esame i pochi elementi costitutivi di questa tradizione storica, il contributo intende quindi valutare gli indizi che hanno (nel bene e nel male) ricollegato il marmo berlinese alla famiglia Pazzi. Sulla base di riscontri catastali e ricognizioni genealogiche, ma anche degli inventari rinvenuti nel fondo Pazzi di Firenze e nelle carte notarili, si ricompone così un’organica vicenda patrimoniale, alla luce della quale diventa possibile appurare ogni singola testimonianza, scagionandola da qualsiasi errore o falsità. In 1886, from the art historian who disclosed its rediscovery (Camillo Cavallucci), to the dealer who arranged its sale (Stefano Bardini), and to the curator who acquired it (Wilhelm Bode), the known provenance of Donatello’s Madonna Pazzi is set down through three faint yet momentous statements. However, since that year, the alleged inconsistencies within the resulting narrative, and the ad hominem arguments against the dealer who upheld it, have sown insurmountable doubt about the Pazzi provenance. As a consequence, scholars have resigned from resolving this matter, but oddly without ever making an attempt to test its validity.