2025/06/24 by Saccone, Carlo
#Muslim India #Persian poetry #Safavid Persia #Sufi mysticism #apostasy #heresy
paper · doi:10.6092/issn.2785-3233/22196
L’articolo esplora la dimensione interculturale e interreligiosa del poeta persiano Sarmad di Kashan (1590-1660 circa), di origine ebraico-armena, nato in Persia, poi convertitosi all’Islam e infine emigrato in India. Qui, alla corte dei Moghul, incontrò il principe-filosofo Dârâ Shokuh (Shikoh), che promosse una politica di tolleranza e di dialogo tra indù e musulmani. Ed è proprio a Delhi che Sarmad e il suo protettore conobbero una tragica fine nella lotta di potere tra Dârâ Shokuh e l’ambizioso fratello Awrangzeb, deciso a stroncare qualsiasi apertura all’induismo e ai non musulmani. Sarmad condusse una vita da sufi errante e “irregolare” (anche se alcuni dicono che si convertì all’induismo), andando in giro nudo alla maniera degli asceti rinuncianti o sannyasin, accompagnato solo dal suo amico Abhay Chand, un giovane indù a cui rivolse versi appassionati. Compose magnifiche quartine - sulla bellezza umana come rivelazione del divino e sulla sua condizione di peccatore impenitente - che andranno a formare un corpus di circa 350 poesie. I suoi versi sono anche intrisi di profonde riflessioni su una teologia della bellezza e sull’idea decisamente spiazzante di “trovare Dio nel peccato”.